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Le Fondamenta di Iridis

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*< Pet >*

March 08

Ispirazione

Iniziamo dalle cose ovvie: senza ispirazione non si va da nessuna parte. Manca la materia prima, le fondamenta da cui tirar su la costruzione. Certo, si può sempre contare su altre cose: le idee che negli anni si sono accumulate e sono state messe lì in attesa del loro tempo, la capacità di giocare con le parole, personaggi validi che a volte sostengono da soli il peso di un racconto quando la storia non c’è. Qualcosa uscirà fuori. Non sarà un capolavoro, forse non sarà neanche valido, ma uno scrittore vero può cavarsela in qualche modo. Io no, non sono una scrittrice e su certi paracaduti non posso contare per il semplice fatto che non ne ho. Io ho bisogno che l’ispirazione mi assilli, che mi tartassi, che mi metta con le spalle al muro, ho bisogno di arrendermi ad essa ed essere catturata. C’è un solo grosso problema: la mia ispirazione è una persona. Questo non vuol dire che io debba averla davanti agli occhi per scrivere ma, che io lo voglia o no, deve essere lo sfondo dei miei pensieri, deve fare da sostegno, linfa vitale dei miei mondi e di tutto ciò che si muove in essi. Non è mai stato un problema; anzi, una volta era la cosa più bella che avessi: pochi hanno la fortuna di poter parlare con la propria ispirazione, pochissimi possono amarla come poesia e come carne. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio… Anche se prima o poi dovrò trovare qualcuno che mi spieghi questa frase visto che sul retro delle medaglie in genere c’è scritto classifica, data, luogo e torneo e niente di tutto questo mi sembra negativo… Comunque, dicevo che ogni medaglia ha il suo rovescio. Qui il rovescio è quello che è successo quando quella persona se ne è andata. La sequenza logica sarebbe dovuta essere: via “la musa”, via l’ispirazione, via la scrittura. Magari fosse così semplice. Non lo è. Lo sarebbe se la scrittura fosse un gioco, uno svago, una passione come tante, non se è vita. Io devo scrivere. Non come obbligo, ma come necessità. E il dover scrivere mi porta a dovermi far male con il suo ricordo per riavere la mia ispirazione. Ho cercato alternative, sono mesi che le cerco: non ce ne sono. Ecco perché non potrò mai dimenticare.

February 19

Nel fumo e nella tempesta

Pensavo che il foglio bianco fosse la più grande paura per chi scrive. Forse è così per chi scrive per professione, per chi ha scadenze da rispettare o per chi, per un motivo o per un altro, ha bisogno di scrivere subito. O forse non è così per nessuno. Per me comunque non lo è. Con questo non voglio dire che ho sempre l’idea pronta e l’ispirazione che bussa alla porta, assolutamente: ci sono periodi, anche molto lunghi, in cui sono completamente ferma, pc spento e penne nel cassetto. Zero. Non una parola, neanche a pagarla oro. Ma il foglio bianco non l’ho mai visto. E questo semplicemente perché il foglio è l’ultima cosa che mi serve quando scrivo una storia. Nel momento in cui prendo carta e penna la storia esiste già. Non è una storia completa, a volte non è che una traccia, uno scarabocchio in cui le linee si confondono e si perdono, spesso l’idea iniziale non è neanche quello che poi sarà il cuore del racconto, magari è una parte marginale o, addirittura, può non essere una scena ma solo una sensazione, un’atmosfera. Tutto questo non ha bisogno di essere scritto, non ancora. Va solo lasciato libero. Per Brooks questo è “raccogliere fumo” e mi hanno detto che King lo chiama “brainstorm”, ma il concetto è lo stesso: è un momento magico in cui una qualsiasi parte di quella che sarà la storia decide che è tempo di farsi vedere. Decide lei, la storia, non chi la scrive. Con me almeno funziona così. E non è ancora arrivato il momento del foglio. Prima penso e ripenso al fumo raccolto, alla tempesta di idee, e ci penso continuamente, anche mentre mi occupo di altro. Diventa uno sfondo, una musica che mi suona in testa ma che comunque non interferisce con ciò che faccio: alcune idee si perdono, altre cambiano, altre ancora se ne aggiungono, si inseriscono in un contesto, compaiono i personaggi, iniziano a muoversi. Finché le volute di fumo non diventano qualcosa di definito, finché non diventano parole. E finalmente posso scrivere.

January 29

Gli Elfi Oscuri di Iridis

«Secondo la leggenda, gli elfi avrebbero spinto fino al promontorio gli Oscuri, che allora erano decine di volte più numerosi. Stretti nella morsa delle armi di Iridis, si sarebbero trovati spalle al muro proprio su quella roccia, una lunga fila di Oscuri senza più via di scampo. Ma, grata dei servigi resi e dell’importanza ad essa attribuita dal popolo cacciato, la pietra avrebbe spalancato le sue fauci ingoiando l’intero schieramento di Elfi Oscuri, salvandoli da Iridis e donando loro un rifugio sicuro al proprio interno.

In realtà gli Oscuri non erano mai stati cacciati da Iridis né perseguitati con armi o altro. Semplicemente, il divario tra gli elfi che praticavano la magia degli elementi e quelli che avevano scoperto la necromanzia era divenuto incolmabile ed entrambi avevano tirato un sospiro di sollievo quando i secondi si erano ritirati sul promontorio. “Oscuri” li avevano poi chiamati per la loro abitudine di restare nell’ombra.»

(Archè - Libro 0: Iridis)

 

Tutto nasce dalla magia. La magia degli elementi, retaggio divino degli elfi, si manifesta sottoforma di aria, acqua, fuoco e terra poiché trae energia dalla natura. Generazioni e generazioni prima degli eventi narrati in Iridis, alcune famiglie di elfi decisero di scavare più a fondo nel loro potere e ciò che scoprirono fu per loro e per i loro discendenti a un tempo vanto e condanna. Se la magia si basava sulla forza della natura non poteva limitarsi ai quattro elementi, ma doveva teoricamente racchiudere in sé anche tutti quegli aspetti che dalla natura venivano e nella natura sarebbero prima o poi tornati. In altre parole, non poteva escludere le due manifestazioni più alte della natura: la vita e la morte. Ma la magia degli elfi necessita di un contatto fisico con l’elemento in questione e vita e morte non sono entità tangibili. I primi tentativi di esplorare questo nuovo lato del potere delle divinità portarono ad un nulla di fatto, finché non fu chiaro un particolare: quel contatto che mancava lo si poteva ottenere nel luogo in cui vita e morte si erano incontrate. Poteva essere un sepolcro o il posto esatto in cui c’era stato il decesso, ma in entrambi i casi la magia avrebbe potuto agire sull’anima del defunto. Nacque così la necromanzia, l’evocazione degli spiriti, l’altra faccia della magia degli elementi.

Non tutti gli elfi accettarono la scoperta, ritenendo che fosse una forzatura del loro potere, il Consiglio Supremo dovette riunirsi e alla fine decise di proibire la necromanzia. Ma ormai la nuova arte era nata e coloro che credevano in essa continuarono a praticarla di nascosto, custodendone i segreti. Man mano che accrescevano il loro potere sugli spiriti, si affievoliva quello sugli elementi, come se i due fossero in un costante equilibrio. I rapporti tra queste famiglie e gli altri elfi divennero tesi, nessuna delle due parti accettava le diversità dell’altro e, soprattutto, le similitudini che li rendevano comunque un unico popolo: troppo lontani e troppo vicini per poter vivere sotto lo stesso cielo e portare lo stesso nome. Ed avvenne la scissione. Quelli che poi furono chiamati Oscuri si spostarono dalle foreste alle scogliere, dove continuarono a praticare la necromanzia e a lavorare la pietra; evitarono ogni contatto con gli elfi di Iridis, sentendosi abbandonati dalla loro gente, e presero a vivere di notte, quando erano minori le possibilità di incontrarli e quando la loro neonata magia era più potente. Per anni la loro pelle non ricevette la carezza del sole e divenne più sensibile ad esso, chiara e delicata. Questo li portò a chiudere il cerchio che vedeva nell’oscurità il loro rifugio.

Pelle bianchissima, occhi e capelli nerissimi, sono vivi che parlano con i morti. Sono gli Elfi Oscuri.

January 18

Iridis

Spiegare cos’è per me Iridis è una delle cose più difficili. Credo abbia smesso di essere solo un fantasy nell’esatto istante in cui ho scritto le prime parole… Poi è diventato il capitolo portante del mio sogno.

 

«L’azzurro del pomeriggio virava al rosso del tramonto quando la figura incappucciata rallentò il passo in prossimità di una grossa quercia dal tronco cavo. Le ombre erano lunghissime e la foresta creava una ragnatela di sagome scure che si intrecciavano come fili di una stessa trama e l’ultima eco di un’estate protrattasi a lungo si sentiva nell’odore ancora vivo di foglie e frutti. L’autunno sembrava ancora lontano.

Una mano guantata apparve da sotto il mantello verdastro e frugò nell’apertura del tronco, qualcosa cedette e il braccio si ritirò nuovamente tra le pieghe del leggero soprabito. La botola nascosta ad arte ai piedi della quercia si aprì senza rumore, rivelando un passaggio oscuro e misterioso.»

 

Iridis è il mio mondo. Non è un mondo perfetto perché non è la perfezione ciò che desidero. E non è un mondo giusto, dal momento che la giustizia è un dado a tante facce, troppo spesso lanciato a caso. Ancora una volta, il bianco e il nero si mischiano e bene e male sono divisi da margini sfumati che spesso scompaiono. È il mondo che ho dentro: un continuo contrasto tra ciò che è, ciò che dovrebbe essere e ciò che voglio che sia. Non sempre le tre cose coincidono. Anzi, non lo fanno quasi mai.

 

«È una linea instabile quella che divide la vittoria dalla disfatta, un confine segnato dalle onde del mare e dal capriccio del vento. Puoi arrivare a tracciarlo affinché sia visibile, puoi provare a scorgerlo per tenerti a distanza da esso, ma è un confine in eterno movimento e non puoi pretendere di prevederne gli spostamenti. Non sarai mai preparato al suo arrivo... Perché gli unici eventi che i mortali possono controllare sono quelli che al destino non interessano.»

 

C’è un solo problema… A differenza di Demoni, non ci sono state revisioni successive, è rimasto tutto come l’ho scritto la prima volta su un quaderno a quadretti dalla copertina blu. Non ho avuto modo di togliermi dalla storia, ci sono rimasta incastrata, è rimasta traccia di me in ogni pagina, in ogni riga, e ogni volta che qualcuno lo legge è come se mi guardasse troppo da vicino.

È forse l’unico motivo per cui lo hanno letto ancora pochissime persone.

December 28

Perchè scrivo

Chi scrive storie, ogni genere di storie, sa che questa è una domanda alla quale prima o poi dovrà rispondere. E sa che la risposta dovrà essere convincente perché quasi sempre a porla è qualcuno che non scrive. Ormai sono convinta, infatti, che le sole persone che non si chiedono perché scrivono, siano proprio quelle che scrivono.

Per loro, per me, non c’è nessuna domanda da farsi. È come chiedermi per quale motivo parlo, perché mi muovo, perché respiro. Lo faccio e basta. Fa parte di me. Se non scrivessi non sarei io. Non sarei né peggiore né migliore, sarei semplicemente un’altra persona. Può sembrare strano, ma quello che scrivi, quello che vedi, quello che vivi (sì, è così, fidatevi, lo vivi), ti cambia nello stesso modo in cui ti cambiano tutte le altre esperienze della vita. La tua storia, i tuoi personaggi, il tuo mondo, diventano parte di te, una parte di cui ben presto non puoi più fare a meno. Sarebbe come fare a meno dei ricordi o del passato, di un braccio o di un senso.

È qualcosa che va al di là anche del piacere. Scrivo perché mi piace, sarebbe un’ottima risposta. Ma non basta. E non è neanche la verità: ci sono state volte in cui non mi è piaciuto scrivere, volte in cui la storia richiedeva che affrontassi argomenti che avrei preferito non toccare o, più semplicemente, su cui non ero preparata. Ma ho scritto ugualmente e il motivo è sempre lo stesso: a volte l’aria può essere irrespirabile, ma tu devi respirare in un modo o nell’altro se non vuoi morire.

 

«Scrive tutti i giorni […]

Ha paura di perdere l’identità e la realtà

e di disintegrarsi, se non lo facesse.

Lei è la somma delle sue parole.

È la sua scrittura»

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